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Archive for the ‘Storia moderna’ Category

Articolo su un Crocifisso scolpito da Frate Umile da Petralia, pubblicato su Nebrodi Network il 15 dicembre 2010.

 

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Articolo sui tragici fatti avvenuti ad Alcara li Fusi nel maggio 1860, pubblicato su Nebrodi Network il 18 luglio 2010.

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Ripropongo qui di seguito un mio scritto, realizzato l’8 maggio 2010 qualche giorno dopo la pubblicazione di una “scheda tecnica” che riguardava i tre cannoni recuperati dalle sabbie di Capo Peloro. Al di là dei contenuti ravvisavo qualche errore di metodo nella ricerca storica. Quindi lo scritto che segue è indegnamente da ritenersi una riflessione epistemologica a cui si unisce una riflessione sul Risorgimento.

Dopo la relazione tecnica sui cannoni di Capo Peloro

“Riteniamo comunque che a nulla giova disquisire sulla proprietà militare dei cannoni di Capo Peloro e su chi ne fece un ultimo uso. Resta di fatto che sono stati trovati in un luogo strategico ove per ultimo il Generale Garibaldi aveva ordinato di porre numerosi cannoni in batteria per preparare il suo passaggio nel Continente. Il Monumento che in quel sito verrà realizzato dal Comune non ricorderà se quei cannoni furono inglesi, svedesi, sabaudi, borbonici, garibaldini o vecchie artiglierie navali abbandonate sulla spiaggia, ma un pezzo di storia cittadina riferita al Risorgimento che, tra luci ed ombre, ha comunque segnato la storia e il nostro presente.”

Così si conclude la “scheda tecnica” pubblicata qualche giorno fa su tutti i giornali locali riguardo i cannoni recuperati dalle sabbie di Capo Peloro.

E’ bene ravvisare una serie di errori di metodo di ricerca storica ed è bene cominciare a fare un po’ di chiarezza sul Risorgimento nazionale che torna d’attualità non solo per le periodiche e ricorrenti invettive del linguaggio da comizio della Lega di Bossi, ma anche per le celebrazioni del prossimo anno in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

L’errore di metodo: cosa è necessario studiare?

Errori di metodo dicevo, ed a questo proposito bisogna chiedersi a cosa serva la storia e perché è necessario studiarla, e (altro…)

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Articolo sull’opera di Domenico e Antonello Gagini nel territorio dei Nebrodi, pubblicato su Nebrodi Network il 16 gennaio 2010. Presente anche nel volume AA.VV. Nebrodi Network Pagine di informazione culturale. Vol. I, Frammenti Edizioni, Cesarò 2011 (ISBN 9788890503115), pp.169-176.

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L’articolo che riporto di seguito era stato scritto nel lontano 2007 per una rivista studentesca ma poi pubblicato per diversi motivi soltanto nel 2009 nella rivista Primavera Peloritana (Anno I Numero 1  ottobre – novembre 2009). Anche le foto a corredo dell’articolo sono opera mia.

Passeggiando per via Giacomo Venezian proprio all’incrocio con Piazza Pugliatti, volgendo lo sguardo dall’alto in basso dalla recinzione del complesso dell’Università, in quell’angolo dimenticato, è possibile ammirare l’antico portale del collegio dei Gesuiti: la prima università della città di Messina. Purtroppo si trovava fino a qualche tempo fa  in evidente stato di abbandono tra detriti vari e alcuni rifiuti che  si trovavano nello spazio adiacente, adesso l’area è stata ripulita e le erbacce e la spazzatura rimosse, eppure l’opera d’arte nonostante il valore artistico e simbolico non indifferente continua ad essere dimenticata e sconosciuta. Il portale infatti è tutto ciò che rimane del collegio dei gesuiti progettato agli inizi del XVII secolo dall’architetto messinese di formazione romana Natale Masuccio. Papa Paolo III Farnese aveva emanato il 16 novembre 1548 la bolla “Copiosus in misericordia Dominus” che istituiva a Messina il Messanense Studium Generale. Il mese dopo con un’altra bolla papale, la “Summi sacerdotis ministerio” veniva istituito quello che si può definire il primo collegio gesuitico al mondo: Primum ac prototipum come scritto nella lapide che sormonta il portale. Sant’ Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, aveva visto in Messina un centro strategico destinato a sorreggere culturalmente la penetrazione Cristiana nel mondo dell’oriente Ortodosso e Musulmano, si trattava quindi di mettere in pratica un disegno politico e pedagogico di grande importanza per tutta la Cristianità. I Gesuiti si assumevano allora il compito di formare i cristiani e non è possibile trascurare il fatto che proprio in quel periodo il luteranesimo stava diffondendosi in tutta Europa colpendo la gerarchia e la dottrina della Chiesa che a sua volta aveva risposto con la controriforma e col Concilio di Trento, una risposta culturale ad un attacco fatto ai fondamenti stessi della dottrina cattolica e della cultura europea. Il collegio di Messina, chiesto dai giurati messinesi formalmente fin dal dicembre 1547 e chiesto anche dal viceré Juan de Vega, fu quindi il primo in assoluto e divenne modello per i successivi che la Societate Iesu avrebbe aperto in seguito, fu quindi l’inizio di un progetto su vasta scala. Nasceva così la prima Università della città di Messina dove si insegnavano  Diritto, Teologia, Logica, Filosofia, Matematica, Ebraico, Retorica, Grammatica, Greco ed i cosiddetti Studia Humanitatis. Ignazio di Loyola inviò a Messina il confratello Pietro Canisio, uomo di grande spessore umano e culturale, oggi venerato dai cattolici come Santo e Dottore della Chiesa, grande maestro di teologia che organizzerà ed insegnerà nel collegio per anni prima di andare a svolgere la stessa attività a Bologna.

Ripercorso questo rapido exursus storico, mettendo da parte il campanilismo e non dimenticando anche i fatti meno piacevoli come i contrasti tra i giurati messinesi ed i gesuiti, non è esagerato affermare che quel portale dimenticato in quell’angolo meriterebbe una collocazione migliore e la visibilità che gli spetta essendo l’unica reliquia delle vestigia architettoniche della prima Università. Il portale, che avrebbe bisogno anche di un intervento di restauro, meriterebbe almeno di essere segnalato ai molti studenti che ne ignorano persino l’esistenza ed ai messinesi a cui quelle pietre sembrano non edificate da loro e per loro e che quindi stentano a trovare un’identità che dicono sia stata cancellata dal terremoto, eterno alibi per giustificare la cancellazione della memoria.

Sono tante le vestigia dimenticate nei vari angoli di Messina, e sono in molti i messinesi che ne ignorano la storia ed il significato. Occorre quindi ricordarne il valore affinché non costituiscano l’epitaffio di una cultura morta ma continuino ad avere un senso e possano servire per costruire un futuro migliore.

Antonino Teramo

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